Trent'anni fa: l'Angelo Azzurro
Sabato 1 ottobre 1977: una data che pesa come un macigno per il movimento torinese.
Trent'anni dopo raccontare quella giornata diventa difficile soprattutto per chi l' ha vissuta e forse ha pagato per delle colpe non sue. E' impossibile spiegare la morte di un ragazzo di 22 anni, soprattutto quando è frutto di una tragica casualità.
Tutto il resto è chiuso dentro alla montagna di fascicoli impolverati custoditi nell'archivio della quinta sezione del Tribunale di Torino e della Questura di via Grattoni.
Per raccontare questa storia bisogna partire dal giorno prima, il 30 settembre, quando, durante un volantinaggio nel quartiere dell' Eur a Roma, viene ucciso da un proiettile sparato da un gruppo di fascisti dei Nuclei Armati Rivoluzionari, il militante di Lotta Continua Walter Rossi.
Il giorno dopo a Torino, come in tante altre città, si decide di scendere in piazza per dare una risposta forte di "antifascismo militante".
Un folto corteo di diecimila persone parte da piazza Solferino. La tensione è palpabile, la rabbia è tanta. In testa al corteo c'è Lotta Continua che pur essendosi sciolta a livello nazionale, in città è ancora presente. Il primo obiettivo dei manifestanti è la sede del MSI di corso Francia, una struttura che aveva subito già un assalto nel '75.
« Prevale la volontà di dare una risposta dura e decisa, all'ennesima provocazione dei fascisti, all'assassinio del compagno Walter -- spiegarono quelli di Lotta Continua- una risposta tuttavia che non impegoli il movimento in una sterile contrapposizione fascismo / antifascismo e che ha la necessità di chiudere più presto possibile i conti con i fascisti e di andare avanti contro il compromesso storico».
Il corteo attraversa via Garibaldi, poi piazza Statuto e infine imbocca corso Francia dove trova i reparti mobili della polizia e dei carabinieri ad accoglierli a colpi di lacrimogeni. Lo scontro è duro, il corteo si disperde e diventa ingestibile per i responsabili del servizio d'ordine del movimento.
Uno spezzone dei manifestanti si dirige verso la sede della Cisnal, il sindacato di destra, in via Mercantini a due passi da via Cernaia e lancia alcune molotov contro l'edificio.
Il serpentone si ricombatta in via Pietro Micca e , lungo via Po, si dirige verso Palazzo Nuovo dove era prevista un'assemblea.
Ma è proprio in via Po, all'altezza con via Sant'Ottavio, che accade l'irreparabile.
«Eravamo soddisfatti e ci stavamo dirigendo all'assemblea. Alcuni ragazzi erano stati allontanati dal corteo perché avevano sfasciato delle vetrine e si erano messi, con la scusa dell'esproprio a rubare - racconta un testimone di allora - La tensione si era anche allentata perché stavamo tornando a "casa". Inaspettatamente si è vista una colonna di fumo nero alzarsi dai portici di via Po».
Il bar "Angelo azzurro" stava andando a fuoco.
Questo locale dai ragazzi del movimento era considerato non soltanto luogo di ritrovo dei fascisti (quindici giorni prima il Fronte della Gioventù vi aveva organizzato un rinfresco), ma soprattutto un covo di spacciatori d'eroina.
Dal bar una sagoma esce avvolta dalle fiamme. È Roberto Crescenzio, studente -- lavoratore, ventenne, che di politica non si era mai interessato.
Morirà pochi giorni dopo a causa delle gravi ustioni riportate. Qui entra in gioco la casualità, della quale abbiamo accennato prima. Va ricordato infatti che chi lanciò le bottiglie incendiarie prima di farlo invitò proprietari e clienti ad uscire dal locale, ma il povero Crescenzio, impaurito, si chiuse nel bagno e restò intrappolato tra le fiamme.
Oggi il nome del ragazzo appare su internet nella lista dei martiri dell'estrema destra.
Una squallida appropriazione, fatto non nuovo per altro negli ambienti neofascisti.
Ad ulteriore testimonianza dell'estraneità di Roberto Crescenzio c'è da dire che il giorno del suo funerale di non ci furono ne saluti romani ne gagliardetti neri.
Lo stesso giornale Lotta Continua invitò tutta la sinistra e tutto il movimento a parteciparvi.
All'indomani della tragedia il magistrato e agli investigatori lavorarono per capire chi avesse compiuto il blitz all'Angelo Azzurro.
Una domanda ad oggi ancora senza risposta.
In realtà la polizia già l'11 ottobre emette i primi mandati di cattura, ma non per il rogo del locale, bensì per l'assalto alla sede del Msi.
Cinque persone vengono arrestate e restano in prigione fino a gennaio per poi essere prosciolte.
Per vedere qualche nome finire nel registro degli indagati per i fatti del Angelo Azzurro bisogna aspettare il giugno del '80 quando inaspettatamente viene arrestato Roberto Sandalo, ex terrorista di Prima Linea, soprannominato " Roby il pazzo".
Sandalo inizia a fare i nomi e ad accusare molti di quelli che fino a poco tempo prima, quando non era ancora nella lotta armata, erano stati suoi compagni di avventura all'interno del movimento torinese.
Le accuse sono rivolte soprattutto contro le persone con le quali negli anni precedenti aveva avuto discussioni accese e con cui i rapporti non erano certo idilliaci.
Racconta anche una sua versione sui quel tragico primo ottobre.
Pur precisando di non esser stato presente alla manifestazione, afferma di aver sentito dire che a dare l'ordine di appiccare il fuoco al bar, in quanto erano avanzate delle molotov, era stato l'allora responsabile del servizio d'ordine di Lotta Continua, Stefano " Steve" Della Casa.
Una strana coincidenza questa che avvalora la tesi della poca attendibilità delle accuse di Sandalo: infatti nel '76 proprio Della Casa fu l'artefice della sua espulsione da L.C., perché "Roby il pazzo era autore di continui atti di violenza gratuita, tra i quali uno dei più eclatanti fu il pestaggio a due giovani aderenti alla Fgci.
Tuttavia bastarono questa sua versione dei fatti a dare il via al primo processo italiano basato non su indizi o prove, ma bensì sul sentito dire, e cioè su un passaparola all'interno di un corteo composto da diecimila persone!
«Non si può parlare di vere e proprie prove -- spiega l'avvocato Bianca Guidetti Serra, che difese gli accusati -- Fu un processo messo in piedi su voci. Va ricordato che erano anni in cui era facile che qualche esagitato uscisse dai margini del corteo. Quindi era difficile controllare quelle situazioni».
Oltre a Della Casa, accusato di concorso morale, vengono arrestati Angelo Luparia detto "Yankee", Peter Freeman, Bonvicini, Di Stefano, D'Ursi e Silvio Viale.
Tutti e sei in un primo momento vengono accusati di omicidio colposo, un ulteriore dimostrazione che gli stessi giudici non credevano in toto alla tesi di Sandalo, perché se le avessero accolte sarebbe scattata nei confronti degli imputati l'accusa di omicidio volontario o quantomeno preterintenzionale.
Cercarono in ogni caso di dare una minima credibilità alle tesi di Sandalo, perché smentirlo poteva significare far cadere la sua immagine negli altri processi in cui appariva come testimone.
Dopo un anno e mezzo di detenzione i sei accusati verranno liberati alla fine di un lungo processo che li porterà all'assoluzione, tranne Silvio Viale che si vide ridotta la pena a sei mesi in quanto riuscì a dimostrare che nel momento in cui veniva appiccato il fuoco all'Angelo Azzurro era impegnato nel suo lavoro di postino.
Questo omicidio segnerà profondamente la sinistra extraparlamentare torinese, che peraltro era arrivata alla manifestazione già in acque agitate.
Infatti sempre minori furono gli spazi per i dibattiti e le prospettive di lotta si stavano perdendo all'orizzonte e incominciavano ad essere oscurate da quello spontaneismo armato che stava prendendo il sopravvento all'interno aerea antagonista.
«La mia generazione, che proviene dalla lotta di Liberazione ha senza dubbio delle colpe -- commenta Bianca Guidetti Serra -- Abbiamo cercato con le nostre testimonianze di trasmettere i valori della resistenza, ma siamo stati forse fraintesi e in quegli anni i giovani hanno usato un antifascismo militante trasformandolo spesso in atti violenti. La differenza era che noi eravamo in guerra, loro no».
Andrea Doi
Tomaso Clavarino
articolo pubblicato sul numero del primo ottobre del quindicinale NuovaSocietà
